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E se poi lui, e se poi lei ..., Una AU particolare, dove l'amore tra Ed e Bella sboccerà tra malintesi e piccoli dispetti.
view post Posted on 19/10/2009, 14:52Quote
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Giuly's Rules

Group: Edward Fan
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 23/10/2009, 14:29


Titolo: E se poi lui, e se poi lei...
Autore: Giuly-sama (Coccola88 su EFP)
Ho preso spunto da: Twilight
Pallino:Rosso
Genere: AU(alternative universe) - Lemon - Romantico - Commedia - POV




NDA: salve a tutti =), piccola nota prima di lasciarvi alla lettura. Dunque, è il mio primo POV, quindi vi prego di essere clementi coi commenti, sto ancora affinando la tecnica. L'ambientazione è quella di Chicago, per cui mi sono informata, e ci tengo a sottolineare che i luoghi e le strutture sono realmente esistenti, e spesso le descrizioni corrispondono al vero. ^^ Ho messo il pallino rosso più che altro per l'alto contenuto di parolacce, anche se le scene lemon non mancheranno a tempo debito. Detto ciò, buona lettura!


CAPITOLO 1

ISABELLA

Pensare che fino a ieri ritenevo la mia vita noiosa.
No dico.
Noiosa da morire. Ma detesto i cambiamenti, mi spaventano, perché non li posso controllare. All’età suonata di venticinque anni ragiono come una nonna. Ma che cazzo dico? Io dovrei amare i cambiamenti, dovrei amare l’imprevisto. E invece sono in questo maledetto taxi diretta in una squallidissima città della California. Ok. No. Bè.
Chicago non è squallida. La Windy City. La chiamano così sulla guida che ho comprato qualche giorno fa, definendola la seconda città più grande dopo Los Angeles, insieme a New York.
Cazzo. Non sono mica abituata alla gente io. Ho sempre vissuto nel Montana, tra cavalli e mucche, a spassarmela con Jake in montagna, passeggiando per ore lungo il corso del fiume Clark Fork. Invece so già che nel mio nuovo lavoro mi troverò a contatto con gente dalla puzza sotto il naso, vestiti firmati e malignità sulla lingua.
Bella Swan ti sei cacciata in un mare pieno di cacca. Cacca cacca cacca!
- Signorina, siamo arrivati. Fanno trentadue dollari.-. La voce del tassista mi fa ricapitolare alla realtà delle cose: siamo davanti a un enorme palazzo grigio, di almeno venti piani, in Chestnut Street .
- Ah, oh! Si, grazie ... -, borbotto io, allungandogli i soldi. Esoso. Imbronciata per aver speso trentadue dollari per niente, rimpiangendo di non esser scesa in macchina solo per le preoccupazioni di Charlie, scendo dal taxi già con la luna storta. Il tassista mi scarica le valigie e me le abbandona sul marciapiede, davanti alla portineria di un hotel. Il Tremont hotel. Devo ringraziare una vecchia sorella di mia nonna per questo; nel suo testamento di eredità ha lasciato un appartamento, proprio in questo palazzone , super elegante, in un viale alberato pieno di case e negozi.
Le macchine fanno un rumore infernale. Mi chiedo come potrò dormire la notte.
- Ha bisogno?-. E’ l’usciere dell’hotel. Un ometto grassoccio, alto e di colore.
- Oh, si, grazie. Ecco, dovrei raggiungere l’appartamento numero 72 ... sono la nuova inquilina ...-, spiego, cercando di apparire il più naturale possibile. Faccio un sorriso timido e impacciato. Come fare una figura di merda nell’arco di tre secondi.
- Ah! Ma lei è la nipote dunque della defunta Kathrin! Che donna! Che donna! Venga, venga! Le prendo io le valigie! Nono piano...l’ascensore è proprio in fronte all’ingresso!-. Ringrazio l’usciere, che nemmeno mi ha detto il suo nome. L’ingresso è niente male, non c’è che dire. Leggo sulla copertura dell’ingresso, su una stoffa verde, “Tremont Suites”, in un bel color oro. Sorrido.
Bè, la prozia non si trattava male.
Entro nella hall. Alla sinistra dell’ingresso c’è la lobby, tutta in stile british, in pesante legno scuro, lucido e intarsiato: c’è qualche divanetto in pelle, un caminetto che mi ispira subito simpatia e una libreria a muro. Libri. Miei!
- Buon giorno -, dico alla commessa alla reception della hall. - Sono Isabella Swan, dovrei ritirare la chiave della suite numero 72 ...-. Sorrido affabile, mentre allungo alla ragazza, che avrà poco meno della mia età, un documento di riconoscimento. Lei in cambio mi da la chiave e una scatola di cartone, piccola e tutta sigillata. Ringrazio ancora, e con chiavi in mano e scatola sotto braccio, con l’ingombrante borsa di Fendi sulla spalla, mi avvio all’ascensore.
- Uff!-, sbuffo quando le porte si chiudono. Schiaccio il tasto bianco numero nove e attendo paziente.
Bzz bzz. Bzz bzz.
Cazzo. Il telefono. Rovisto nella borsa freneticamente. Merda. Merda. Non lo trovo. Ah, eccolo. Maledetto, fatti prendere!
- Pronto?!-, rispondo come se avessi fatto dieci piani di scale. - Charlie! Sì sì, sono arrivata. No, il tassista non era un maniaco. Si, sto bene. Si…no, Charlie sono in ascensore .. cosa?..-. Cristo santo! Quando ci si mette mio padre diventa insopportabile. L’anima del poliziotto ha il sopravvento e inizia un interrogatorio senza fine. Dlin.
Si aprono le porte dell’ascensore, finalmente, e blocco il telefono tra la spalla e l’orecchio, mentre cerco la porta numero 72 con gli occhi.
- Ma si, la città è bella… ma come faccio a saperlo? Devo ancora entrarci! Charlie ti richiamo!-, mormoro mentre cerco di centrare il buco della serratura. - Cazzo ..no, niente Charlie. Ci sentiamo .. ciao .. -. Butto giù il telefono di colpo, richiudendo lo slider con un colpo secco.
- Alleluia!-, esclamo quando la porta si apre. Noto subito che la verniciatura bianca sul legno è fresca, quindi vuol dire che comunque qualcuno si deve essere occupato di sistemare la suite prima che arrivassi io. Accendo la luce e mi guardo intorno.
Bè, il salotto è ampio: c’è un divano a tre posti, in tessuto chiaro a righe arancioni e oro appoggiato alla parete, tutta tappezzata di un adorabile colore caldo. Simile al pesca. Si, credo sia pesca. Davanti, sulla parete opposta, televisione e stereo Sony.
Bene. La tv è fondamentale.
Mi delude la cucina: è carina, ma piccolina, ad angolo. La camera! Ah, potrei morirci! Il letto è matrimoniale, a baldacchino e in ferro battuto.
- Io amo la mia prozia .. -, dico ad alta voce, buttando la borsa su un pouff rosa vicino alla scrivania e gettandomi a pesce sul materasso. Abbraccio il cuscino e ci nascondo la faccia. Sono a Chicago. Sono in una suite. Mia. Tutta mia. Altro che spaventata. Sono stra eccitata! Mi manca poi il respiro quando alzo gli occhi al soffitto.
- Oh grandissimi cazzi .. -. Non è possibile. Uno specchio. Sul soffitto. Dlin dlon. Al suono del campanello salto giù dal letto con un balzo vero e proprio. Anche se ho tacchi vertiginosi, niente mi può fermare nel correre. Niente. Apro la porta e davanti c’è il facchino dell’albergo; è un ragazzone, un armadio a due ante.
- Le sue valigie, signorina Swan.. -, dice lui con un sorriso sornione.
- Ah, grazie mille .. gentilissimo!-, esclamo. - Puoi portarle dentro, per favore? Sono troppo pesanti per me .. -, mormoro, aprendogli la porta un po’ di più. Lui annuisce e prende in ciascuna mano una valigia, come niente fosse.
- Ecco qui ..-, conclude, mentre io porto dentro la tracolla col portatile. Gli sorrido.
- Grazie .. -, dico, ammettendo che se tutti i ragazzi di Chicago sono così, bè, potrei pensare di trasferirmi li a vita.
- E’ il mio lavoro miss Swan .. -, aggiunge, facendo per andare via.
- Bella .. chiamami Bella ..-, lo correggo subito. Fa molto più simpatia, no? E poi ho bisogni di attaccare amicizia, se no rischio di rimanere sola come una deficiente a vita.
- Ah, ok .. miss Bella. Io invece sono Emmett! Se ha bisogno di me, sa dove trovarmi! Buona giornata!-. se ne va chiudendo la porta dietro di sé.
Bene. Devo disfare i bagagli, la parte che odio di più. Decido di rimandare. Dopotutto è sabato e ho altro da fare. Apro la tracolla del portatile e monto il pc Acer sulla scrivania del salotto. Santo wireless. Appena accendo il pc mi arrivano due mail.
Appena arrivata e già ricercata.
Prima però musica. Sono un’amante incallita di Frank Sinatra. Sarà vecchio, ma la sua voce è così calda e profonda, la musica è rilassante e mi disfa di tutti i pensieri negativi. Sulle note di “Strangers in the Night” iniziai a spulciare la mia posta elettronica. Una mail era una newsletter del mio vecchio posto di lavoro, presso il quotidiano di Butte, nella contea si Silver Bow. L’altra invece è di Jake. La apro subito.

“Ciao Bella!
Lo sai che qui già sentiamo la tua mancanza? Ieri io, Mike e Jess siamo andati al concerto i beneficienza organizzato per raccogliere i fondi per l’ospedale. È stato un successone! Hanno scritto un articolo sul giornale, ma quelli che scrivevi tu erano nettamente migliori. Non dire che sono di parte. Sono solo sincero. Jess è già disperata perché si chiede con chi andrà a fare shopping ora che tu non ci sei.
Piuttosto, spero che la grande città non ti prenda troppo, e che tu possa trovare un momento per tornare a trovare i tuoi ormai vecchi amici. Ho visto tuo padre, mi sembrava un po’ giù. Questa storia di Chicago lo preoccupa. Chiamalo, che se no poi viene a interrogare al ranch per sapere se ho tue notizie.
Ti abbraccio.
Jake. “


Chiudo la mail con un sorriso. Rispondo più tardi. Un groppo allo stomaco mi dice che stanno per arrivare le lacrime.

EDWARD


- No, si figuri. È già sverminato .. deve solo stare attento che in questi mesi non ingurgiti niente di strano, e crescerà sano e forte ..-. Incapaci.
Chiudo la telefonata scocciato.
La gente che non ci sa far con gli animali riesce ad essere ridicola. Non capisco perché se non sanno nemmeno da dove cominciare, debbano prendersi un cucciolo; esistono i canili, cani adulti e già svezzati.
- Idioti ..-, sbotto, mentre esco dal retro del negozio. L’odore di cibo per animali e il verso di qualche cocorita mi accoglie come sempre.
- Chi idioti?-, chiese Alice, mia sorella. È alle prese coi pesci dell’acquario, tre pesci angelo reale; la guardo mentre versa loro nell’acqua il cibo. Come faccia a stare a contatto con quella roba puzzolente lo sa solo lei.
- No, niente. Mi riferivo a quelli che hanno comprato il cucciolo di cocker una settimana fa .. incompetenti fino all’inverosimile ..-, aggiungo io. Mi avvicino quindi alla gabbia dei conigli, tutti bianchi tranne uno, che a una zampetta nera.
- Ciao Calzino .. -, dico io, infilando un dito nella gabbietta e carezzandogli una delle orecchie.
- Ed .. tu pretendi troppo dalle persone .. -, dice Alice, costringendomi a guardarla in malo modo. Chi? Io? Pretendere troppo? Ma non è per un cazzo vero.
- Alice, guarda che quei pesci diventeranno dei tonni se non la smetti di nutrirli..-, sbotto io, togliendole di mano la boccetta di mangime.
Che schifo. – Tu non dovevi mica andare a lavoro?-, aggiungo poi, rimettendo a posto quella schifezza puzzolente. Ma come diamine fanno a mangiare quella roba?
- Si, ora vado Ed..-, dice lei, schioccandomi un bacio sulla guancia. - Stasera siamo da Esme a cena, non scordarlo. Ah, porta tu il vino, io non ho tempo .. -, aggiunge in fretta aprendo la porta. - Ah, dimenticavo, mettiti carino .. -.
Sorelle. No. Alice. Solo lei riesce in due secondi a darmi più di dieci comandi alla volta. Ma la adoro anche per questo: parliamoci, è la mia migliore sorella che si potrebbe desiderare. Un po’ rompi palle, ma meravigliosa. Ascolta sempre ed è sempre disposta ad aiutarmi in tutto quello che faccio, anche col negozio di animali, nonostante i suoi impegni di reporter la tengano impegnata quasi sempre durante la settimana. È mitica.
Sistemo dunque le ultime cose. Pulisco la gabbia dei criceti, cambio l’acqua nella ciotola dei conigli e lascio sul bancone un promemoria. Pulire gabbia pappagalli. Mi rifiuto di pulire ora. Troppo stanco. Troppa puzza.
Spengo le luci. - A domani ragazzi!-, esclamò prima di chiudere anche io la porta del negozio a chiave e tirare giù la saracinesca. Certo che per essere agli inizi di novembre fa un freddo del porco. Ho su una maglia, un golf e un giubbotto. E la sciarpa. Domani metto su la tuta da sci. Odio il freddo. E odio soprattutto dover uscire di casa col freddo. Mi sento il naso congelato.
“Tototooo .. è arrivato un messaggioooo”.
- Ma che cazz .. -. Suoneria di merda. La stupida voce elettronica del cellulare mi avvisa di uno messaggio. E non l’unico ad essermene accorto. Una biondina alla fermata della 156 mi guarda stranita, con un ghigno sulle labbra. Che figura da scemo. Decido che è meglio eclissare sulle figure di merda collezionate nella mia vita e leggere il messaggio.
Da: Scimmione
Testo: Ed, gran pezzo di bimba a lavoro. Gran culo.
Emmett. Brutto scimmione pervertito. Ma pur sempre mio fratello. Gli rispondo.
A: Scimmione
Testo: Non guardaglielo troppo, o lo consumi
.
Imbecille. Sempre dietro a fare il provolone dietro le belle donne. Abbiamo ben poco in comune, pur essendo fratelli. Anzi, in effetti comincio a pensare che Esme abbia quanto meno avuto un calo ormonale durante la gravidanza, altrimenti non si spiega la vicinanza di Emmett all’intelligenza di uno scimpanzé. Senza nulla togliere agli scimpanzé. Ovviamente.
Percorro il marciapiede per un bel pezzo prima di arrivare al quartiere di Hyde Park, dove condivido un appartamento con Alice. Sarà squallido abitare con la propria sorella, ma almeno ho sempre la casa pulita e il cibo pronto in frigo. Una gran cosa.
Salgo a piedi. È sabato mattina, e sono ancora abbastanza attivo per potermi permettere di fare tre piani scale. Benedetto il giorno in cui abbiamo deciso di non comprare la casa all’ultimo piano. Quando abbiamo traslocato l’ascensore era fuori uso; sinceramente non mi ci vedevo molto a portare per dieci piani di scale un televisore a 46 pollici. No. Per niente. Non che non c’abbia il fisico.
Appena apro la porta Carrie mi salta addosso. Carrie. Un dogo argentino femmina di quattro anni. Bianca, grossa e pesante.
- Porc .. Carrie! A cuccia!-, grido col cane che mi mostra la lingua a penzoloni a due centimetri dal viso. Cazzo. Non mi ricordavo avesse un alito così puzzolente. Il cane riottosamente si mette a sedere.
Bau.
La guardo.
- Bè?! Che vuoi!?-, domando. Lei mi guarda e scodinzola. Oddio. Sto parlando con un cane. Meglio lasciar perdere. Ultimamente sto uscendo di matto. Sarà che non scopo da quasi tre mesi, e il bisogno di Little Ed, come lo chiamo io, sta aumentando in modo spasmodico. Boh.
Mi levo il giubbotto, lo butto sul divano e mi piazzo davanti alla tv.
“Tototooo..”. Ah. Stavolta prendo il telefono prima che quella suoneria continui. La odio e non perché continui a tenerla.
Da: Scimmione
Testo: Si chiama Bella. Ripeto. Gran culo.

Sorrido e scuoto il capo.
A:Scimmione
Testo: Emmett ..non ti filerà mai
.
Mi immagino già la sua reazione. Ora come minimo mi lancerà una sfida. Conoscendo il soggetto, farà di tutto per farmi vedere che ho torno. Ecco. Un cervello di scimmia.
Da: Scimmione
Testo: Scommettiamo?

Rido. Cosa vuole che gli risponda? Gli scrivo un semplice “Andata” e vado a buttarmi sotto la doccia. Ci sarà da ridere, penso. Emmett è troppo scemo per farsi filare da una ragazza. A meno che certo quella ragazza in questione non sia un’amante dei muscoli e del poco cervello.
E poi comunque sia sono curioso di vedere questo gran bel culo.

II CAPITOLO


ISABELLA - I gotta feeling , Black Eyed Peas

“Buon giorno, Chicago! Sono le sei e mezza del tre novembre. Oggi è previsto sole e temper ...”.
Clic.
Snooze maledetto. No. Non mi alzo.
...
Si. Mi devo alzare invece.
Primo giorno di lavoro per miss Isabella Swan al Tribune di Chicago. Cazzo, non pensavo che sarei stata così agitata. Ho cambiato già due posti di lavoro, eppure per questo sono più agitata del solito. Mi alzo di controvoglia e scosto le tende che coprono la finestra della camera. Almeno c’è il sole, ma mi da l’idea di una giornata piuttosto fredda. Mi metto un copri vestaglia, almeno per non stare solo in intimo mentre giro per casa. Mi infilo le pantofole di Hello Kitty, regalo di Jess s’intende, tutte rosa e pelose; infantili, ma calde, dannatamente calde.
- Mmmm ... -. Stamattina biascico, non parlo.
Mi preparo un caffè. Sabato appena arrivata nell’appartamento sono dovuta uscire di corsa a fare la spesa; non c’era niente di niente. Nemmeno un misero biscotto. Quindi adesso ho tutti i diritti di godermi un buon caffè fatto con la moka e qualche biscotto. Accendo la tv per tenermi compagnia.
Vedo le solite facce. Politici meglio di no. Sport? Per l’amor del cielo. Uh, questo sì. MTV. Passano una canzone dei Black Eyed Peas. Cazzo però se Fergie ci da dentro nel video. Si limona almeno tre ragazzi e...una ragazza? Sgranocchio il mio ultimo biscotto un po’ perplessa.
Non è che io sia una suora, ma sono soltanto felicemente etero sessuale. Eccome. L’ultima mia fiamma si è spenta a Butte. Però che fiamma.
Ma a che penso?
Cazzo.
Sono le sette e dieci. Bene. Metto tazza del caffè e cucchiaio a lavare nel lavello. Mi fiondo in bagno. Non c’è tempo per una doccia, ma mi sono lavata ieri sera, quindi va bene lo stesso. Denti. Trucco. Poco e leggero. Non voglio fare la figura della trioetta al primo giorno di lavoro. Vestito? Oddio. Giusto. Taieur. Gonna a tubino nera, camicetta d’un rosa chiaro e giacca nera in coordinato. Così dovrebbe andare. Formale ma non esagerata. Borsa Gucci. Scarpe. Perfetto. Sono le sette e quaranta, sono in perfetto orario. Mi metto al collo una sciarpa bianca ed esco di casa al volo. Non avendo la macchina devo muovermi per forza col taxi o a piedi, ma comunque ci metto pur sempre almeno venti minuti per arrivare al Tribune. Uscendo dal palazzo incontro Emmett.
- Oh, ciao Emmett!-. Lo saluto in fretta, aspettando un taxi con pazienza. Alzo un braccio per attirarne all’attenzione il prima possibile.
- Buona giorno, miss Bella. Lasci, faccio io ...-, dice lui affabile. Mi sorride sornione e mi si para davanti. Ma che fa? Ci prova?
- Taxi!-, grida con un vocione che sinceramente non gli credevo capace di tirar fuori. In due secondi un’auto gialla si avvicina al marciapiede.
- Sei un tesoro Emmett..-, dico io, posandogli una mano sulla spalla. Lui fa spallucce e mi apre la portiera posteriore.
- Eh, faccio del mio meglio miss Bella...-, commenta con un sorrisone a quarantadue denti. -Ehm, mi chiedevo…dato che lei è nuova, sarei felice di mostrarle un po’ della vita di qui... -. Io lo guardo dal sedile, ormai dentro l’auto. Mi ha appena invitata ad uscire? Ma non è un po’ presto.
Ma forse sono solo io che mi faccio troppe paranoie. Mica ha detto che mi vuole sposare.
- Va bene Emmett...appena torno da lavoro mi faccio viva...-, dico io, prima che lui chiuda la portiera, quindi dico all’autista del taxi via e numero di destinazione.
Ragazzi, che inizio settimana.

***

Autista stronzo.
Con la “s” maiuscola.
Mi ha spillato quaranta dollari. Solo perché c’era coda.
Sono le otto e dieci. Perfettamente in orario. Sorrido ampiamente mentre scendo dal taxi. Il palazzo che ospita il Tribune è enorme, uno di quegli edifici in stile moderno, in cemento grigio, e in alto la scritta “ Chicago Tribune” domina tutta la via.
- Bene...-, mormoro a bassa voce. Faccio per avviarmi all’ingresso, quando qualcosa, o meglio qualcuno, mi colpisce in pieno. Sì, qualcuno. Decisamente. Ricevo uno spintone e resto in piedi soltanto perché dietro di me un uomo ha la prontezza di sostenermi. Furente alzo lo sguardo sulla mina vagante.
- Ehi, dico! Ma non guarda mai dove vai?-, grido a un ragazzo dai capelli rossi e mossi. Lo guardo tre secondi, e mi accorgo che è un gran pezzo di ragazzo. Tutto sommato non mi dispiace che mi abbia colpita.
- Ehi, scusa...mica l’ho fatto apposta! -, risponde lui tutto scocciato. - Certo che anche tu avevi la testa tra le nuvole...non hai visto che arrivavo?-.
Cosa? Ma questo arrogante!
- Senti un po’ bello! Sono scesa dal taxi. Come posso averti visto, che correvi come una faina? -, sbotto io, passandogli davanti al naso, fissandolo accigliata. - Imbecille...-, aggiungo, ma a bassa voce. Dubito che mi abbia sentito.
Carino. Ma stupido. E arrogante. Ma che occhi. Verdi. Chissà che fisico deve avere sotto quel giubbotto..
Oh. Bella. Frena. Concentrazione. Sei al Tribune.
Già. Sono dentro alla sede del giornale più importante di Chicago. E sto qui a pensare a un povero babbeo. Sorrido sicura di me, avviandomi verso la segreteria.
- Buon giorno -, dico sorridente alla centralinista, che mi guarda dal basso con aria spocchiosa. Odiosa. - Avrei un appuntamento con la signorina Alice Cullen -.
Alice Cullen sarebbe stata la mia mentore per i primi mesi al Tribune. È una reporter in gamba, ho letto molti suoi pezzi e sono tutti interessanti, brillanti e coinvolgenti. Mi basterebbe diventare la metà di quello è lei ora.
- Attenda un momento prego, gliela chiamo...-, dice l’odiosa prima di alzare la cornetta del telefono e comporre l’interno della Cullen. Io intanto mi siedo nella sala d’attesa. Uh. C’è un acquario.
Osservando meglio mi sembra che i pesci siano un po’ grossi. O grassi? Mah. Giocherello nervosa con gli orecchini. Dopo qualche minuto, sento una voce squillante chiamare il mio nome.
- Signorina Swan? -. Alzo gli occhi, e li poso su una ragazza che avrà avuto forse qualche anno più di me, dai capelli corti, scuri e bizzarri. Indossava un completo firmato di sicuro, dal tessuto cangiante dal colore grigio cenere.
- Si?-, dico io alzandomi. Ecco, ci siamo.
- Sono Alice Cullen, molto piacere!-, esclama lei, allungandomi la sua mano, che stringo con decisione. Non voglio certo fare la figura della molliccia. - Prego, mi segua. Questi uffici sono un labirinto..io ci ho messo mesi a capire dove fosse il bagno...-, aggiunge sorridendo.
Simpatica. E piacevole. Sorrido e la seguo al suo fianco. Guardandomi attorno non vedo che cornici con ritagli di articoli del Tribune.
- Il nostro ufficio è al quarto piano ..-, dice Alice premendo il tasto corrispondente in ascensore. Io ne approfitto per parlare. Devo cercare di non sembrare un pesce lesso.
- E’ un onore conoscerla ... ho letto molti dei suoi trafiletti quando lavoravo a Butte..-, inizi parlando della cosa più ovvia. Lei mi sorride e ringrazia.
- Dammi del tu, comunque. Siamo colleghe, non sono il tuo capo ...-. Sì. Simpatica. Decisamente. Pensavo fosse una persona un po’ altezzosa, di quelle noiose che pensano solo alla carriera; devo dire che invece mi sembra molto alla mano.
- Isabella, giusto?-, chiede lei.
- Bella è sufficiente..-, la correggo. Quante volte l’avrò detto. Sembra un dejavù. Quando le porte dell’ascensore si aprono, entriamo in un ufficio a open space: almeno una trentina di postazioni, telefoni che squillano impazziti, computer accesi e via vai di giornalisti. La redazione. Adoro il profumo della carta che gira in redazione.
- Vieni...-. Seguo Alice in mezzo al labirinto dell’ufficio. Tutti, o quasi, mi guardano con aria curiosa, li vedo bisbigliare e indicarmi.
Calma Bella, calma. Alice deve intuire il mio disagio, e quando mi apre la porta a vetri del suo ufficio mi sorride.
- Tranquilla. Sei il nuovo fenomeno..per qualche giorno non ti daranno tregua, sai come sono i giornalisti..-. Mi strizza l’occhio e mi invita a sedermi.
La sua scrivania è piena di scartoffie, di biro rosse e cartellette rosse contenenti altri fogli; un Mac verde mela trionfa nel disordine totale. Alla parete vedo appesi i suoi diplomi.
- Dunque, Bella..-, esordisce, sedendosi sulla poltrona di pelle rossa. - Immagino che tu sia ansiosa si iniziare...-.
- Sinceramente non vedo l’ora..-, commento io torcendomi le mani. Giocherello con la fede appartenuta a mia madre, che ora tengo al dito medio della mano sinistra. Alice sorride e annuisce, allungandomi dei plicchi di fogli pinzati insieme. Li prendo perplessa. Che roba è?
- Purtroppo-, mi spiega lei che guardo in modo interrogativo, - al momento non ci sono grossi lavori cui potersi dedicare. Siamo tutti impegnati con le elezioni del sindaco e piccoli fatti di cronaca.
Il nostro direttore al momento non ha lavori da assegnarti: quelli che hai in mano sono articoli miei, ancora in sviluppo..-. Mi sorride e io ricambio. - Quello che ti chiedo è di dargli una lettura e di concluderli. So che non è il massimo, ma almeno riusciamo a pubblicare per domani qualcosa di interessante e, ovviamente, il tuo nome comparirebbe accanto al mio, per la collaborazione..-.
Sorrido. Il mio nome sul Tribune.
- Grazie Alice. Sinceramente, mi pare già molto per essere il mio primo giorno di lavoro qui al Tribune. Di certo non mi aspettavo di dover seguire un servizio, per cui sono soddisfatta così. Per domani avrai sulla scrivania gli articoli..-, dico sicura di me, stringendo tra le mani i fogli.
Detto questo Alice si alza. È carina. Ha quel viso giovane e fresco che ispira subito simpatia, poi senza trucco che non la rende troppo seria o snob.
- Bene Bella... per il momento puoi andare. Domani ti mostro il tuo ufficio..dato che hai molto da fare, ti lascio andare. Ah, segnati il mio numero..-, aggiunge, iniziando a scrivere di getto su un post-it a forma di mela. Fissata con le mele quella ragazza. Mi allunga il numero, e dopo avermi detto di essere di corsa, esce dall’ufficio praticamente correndo.
Io me ne esco con calma.
Beata felicità.
Ho un lavoro al Tribune. Quando mi era arrivata la lettera a casa mica ci potevo credere. Era il mio sogno scrivere per un grande quotidiano, e questo lo era. I miei studi in giornalismo era fruttati., grazie a dio.
Appena fuori dal Tribune, metto mano al cellulare.
Scorro la rubrica fino ad arrivare alla lettera “J”. “J” come Jake.


EDWARD


Odio aspettare. Odio dover fare la fila per pagare una stupida raccomandata.
Alice. Se ti metto le mani addosso…
Mi lascia sempre da pagare le bollette.
Cazzo. Già non sono bravo con i miei quattro soldi nel portafogli, figuriamoci a badare a queste cose. È la mia morte praticamente. Sorella degenere.
Me la sbrigo dopo un’ora e mezza. Un’ora e passa del mio preziosissimo tempo dentro l’ufficio delle poste. Inoltre ho lasciato il negozio nelle mani di Carlisle, che da quando ha deciso che non gli bastava più fare solo il veterinario, ha ben pensato di venire a darmi una mano. Non richiesta.
La cena di sabato sera è stata tremenda. Per l’amor di dio, piacevole, ingrassante, ma Esme e Carlisle non hanno fatto che rimproverarmi il fatto di non avere una ragazza.
Ma cacchiolina.
Saranno fatti miei, o no? Mica è colpa mia se Esme vuole un nipote a tutti i costi. Mica sono il loro unico figlio..lasciando perdere Emmett, perché non si concentrano su Alice? La donna in carriera, come la chiamano loro. Sempre piena di lavoro ma mai con un uomo. O almeno. Secondo me un puntello ce l’ha. Troppo misteri ultimamente. Si tiene vicina il cellulare come se fosse una pasticca di MDMA per un drogato.

- Carlisle ha ragione, Ed…devi trovarti una donna…-, disse Esme, infilandosi in bocca una forchettata di insalata. Edward guardò in tralice sua madre, abbassò coltello e forchetta e sbuffò sonoramente. Emmett invece si limitò a sogghignare a denti stretti. Alice, la più contenuta e riservata, continuò il suo pasto con non curanza. La ramanzina al fratello Ed l’aveva già fatta prima di arrivare a casa dei genitori.
- Mamma…-, iniziò Edward spazientito. -Quando troverò una ragazza che penso sia adatta a me, te lo farò sapere. Nel frattempo, possiamo trovare un altro argomento di discussione durante le nostre riunioni di famiglia? Perché sinceramente, sono stufo di sbandierare la mia vita privata ai quattro venti…-. Esme guardò il figlio con aria di rimprovero, ma non disse nulla. Maschi. Carlisle invece fissava Alice, da troppo zitta a badare ai fatti suoi. Si grattò il mento senza un filo di barba, perfettamente curato, e poi, con aria gnorri, le fece la fatidica domanda.
- Ali…-, e già a quella intonazioni a momenti Alice si strozzava col pollo all’arancia. Alzò gli occhi sul padre, deglutendo a fatica.
- Siii?-, chiese con aria angelica, masticando poi come nulla fosse la carne. Doveva essere un boccone molto grosso. Lo masticò per almeno cinque minuti, nella speranza di non dover rispondere.
- La mia giornalista preferita…che mi dici tu? Niente…fiamme?-, chiese il bel veterinario, che a cinquant’anni suonati e tre figli adulti si manteneva ancora benissimo. Alice posò la forchetta sul piatto, si pulì la bocca col tovagliolo e sorrise ai genitori.
- Mamma, papà…-. Suspense. -Sono lieta di comunicarvi che la cinica, stakanovista e sempre impegnata Alice…-. Suspense di nuovo. - .. non ha intenzione di fidanzarsi almeno per i prossimi dieci anni.-. Lo sguardo di Esme di intristì subito, Carlisle scosse il capo ed Emmett scoppiò a ridere, ed Edward insieme a lui.
- Sorellina…sei una forza..-. Non finì il suo commento che ad Alice suonò il cellulare. La videro catapultarsi sulla borsetta, afferrare il telefono e sparire nella sala a fianco. Non carpirono niente della telefonata. Troppo, troppo sospetta per essere solo una telefonata qualunque. La rividero solo dopo quasi un’ora.


- Sono a casa!-. Rientro a casa che praticamente sono le cinque del pomeriggio. Il lunedì più squallido di tutta la mia vita. Non ho fatto quasi nulla, ma sono stanco comunque. Sento Carrie trotterellare verso di me, ma dal momento che Alice era già in casa non sente il bisogno di assalirmi come tutte le volte. Sento la voce di mia sorella chiamarmi dalla cucina.
Certo che si vede che è tornata a casa prima: ha messo a posto la sala, fatto la polvere e, temo, cucinato. Mia sorella sarà una grande a scrivere e a pulire, ma se cucina dio ce ne scampi, potrebbe riuscire a far bruciare anche la pasta.
Per mia fortuna sta solo armeggiando con una bottiglia di succo di pompelmo rosa.
- Alice, cos’è quella roba?-, chiedo io. Ma che schifezze beve mia sorella? Lei mi guarda scioccata, tendendomi la bottiglia.
- E’ pompelmo rosa, ignorante...fa benissimo alla salute..-, sbotta lei. - Aprila..-, aggiunge, fingendo di cercare qualcosa in borsa. Io come al solito sono l’addetto ai lavori forzuti. Non che aprire una bottiglia sia un grande sforzo, ma sinceramente eviterei anche quello se potessi. Poi noto il suo abbigliamento. Tutta in tiro.
- Ehi, dove sei stata? Come mai hai rispolverato il tuo completino da combattimento?-, chiedo io, indicando con un cenno del capo il completino di Armani. Lei fa spallucce e prende in mano il cellulare, con aria incurante. Certo sorellina. Scappa finché puoi.
Le lascio la bottiglia sul bancone della cucina.
- Sai Ed, a lavoro ho una nuova collega..-, dice all’improvviso. Io la guardo, appoggiandomi al tavolo della cucina, incrociando le braccia sul petto. E quindi?
- E quindi?-, dico per l’appunto, fissandola. Chissà perché ma la cosa mi puzza. Lei mi sorride infatti con aria furbesca.
- E’ carina, dovresti conoscerla..mi pare una ragazza alla mano...-, conclude, prima di rimettere il cellulare in borsa. – Le ho lasciato il numero di cellulare. Sono certa che chiamerà perché le ho lasciato certi appunti miei incomprensibili ...-.
Continuo a non capire.
- Penso la inviterò a cena...-.
Cosa?
COSA?
- Cosa?!-, sbotto io, fissandola. Lei mi guarda come se avessi appena detto un’oscenità, con la bocca aperta e le mani puntellate sui fianchi. Sembra Esme quando fa così. - Alice, non ti azzardare. So perché lo fai. Grazie, ma no. Davvero. Ma no. So trovarmi una ragazza...-. Grido. Ma perché tutti vogliono trovarmi una ragazza a tutti i costi? Forse pensano che sono gay. Sono certo però che Little Ed saprebbe dimostrare il contrario.
- Andiamo Ed, è solo una cena...-, inizia lei, gesticolando. - E’ simpatica...ed è nuova di qui. Viene dal Montana. E poi chi ti dice che la invito qui per te? Magari voglio solo farmi un’amica nuova...-, aggiunge, lasciandomi da solo in cucina come un fesso. Passa qualche minuto
Si.
Bè.
Avrei bisogno di una ragazza. Ma non si tratta solo di sesso. Saprei dove trovarlo nel caso. È che non ho proprio voglia di impegnarmi. Voglio dire..uscire tutte le sere, portarla al cinema, al ristorante, in vacanza..presentarla ai genitori.
Manco morto.
Col cazzo, Alice.
Vado in sala per fermarla, ma è tardi. La ragazza in questione ha appunto chiamato.
- D’accordo, allora ti aspetto domani...l’indirizzo ce l’hai. Ma no che non disturbi, sciocchina! Tu vieni e basta! A domani!-. Ecco. Alice. Ti ammazzo.
Le faccio un piccolo quando ironico applauso.
- Brava..ma brava..-. Sono furente. - Sei insopportabile, Alice...-. Dico sul serio, ha superato il limite questa volta. Lei si limita a sorridere.
- Mi ringrazierai .. -, dice lei. Contaci proprio. Due volte ti ringrazio. La prima per la figura di merda che farò con questa ragazza. La seconda per aver dato spunto a mamma e papà di torturarmi per le prossime due settimane.
Chiamo lo scimmione. Almeno lui mi sa fare ridere.

***

- Ma si Ed!-, dice con la sua solita aria da sbruffone. – Alla fine mica ti ci devi fidanzare, no?-, aggiunge. - Prendila come una cena, punto. Se poi lei ti piace..facci un pensiero. È tre mesi che sei a secco, no?-. Scimmione. Proprio un testa di cazzo. In tutti i sensi.
- Em, non è quello il punto..vabbè, lascia stare..-, commento io, sdraiato in camera mia con lo stereo acceso. Mi fanno compagnia i Paramore. - Te? Ci esci con la tipa dell’albergo?-, chiedo io. Giusto per curiosità.
- Si, eccome..stasera. Stamattina gliel’ho chiesto al volo e ha accettato...-. Ma come cazzo fa? Tutte le donne gli dicono sempre di si. E poi è sfacciato. Non ci pensa su due volte a chieder loro di uscire. Dal nulla. Io sbuffo e continuo a parlare.
- Divertiti..senti ora stacco. Vado a cucinare prima che lo faccia Alice...-. E chiudo la chiamata senza nemmeno salutarlo. Che palle.
Chissà perché, ma penso alla squinzia di stamattina. Per un momento me ne ero dimenticato, a quella pazza che ho investito. Mica avevo fatto apposta. Se l’è presa a morte.
Carina però. Bel viso, occhi scuri. E poi aveva i capelli raccolti in uno chignon adorabile. E poi..oh, oh! Frena Ed! Bel culo, ma che caratterino!

ISABELLA

Devo scrivere a Jake della serata. Troppo fuori dagli schemi. Emmett è proprio simpatico, anche se ho la sensazione che in qualche modo ci stia provando come me. Comunque sia, devo raccontargli tutto. È il mio migliore amico.

“Ciao Jake!
Finalmente ho occasione di scriverti. Allora, non sai cosa è successo. Sono appena arrivata e ho già avuto un appuntamento. Sono appena tornata, ecco perché ti sto scrivendo a quest’ora...in fondo sono solo le due. Stamattina un ragazzo che lavora all’albergo mi ha chiesto di uscire con lui, giusto per fare un giro e conoscere la zona. Si chiama Emmett. A inizio serata ero perplessa, non sapevo nemmeno cosa aspettarmi. Invece è stata una serata carina. Pensa, mi ha offerto la cena da un baracchino di hot dog. Che tipo. Tutto piacevole. Mi ha portato poi un pub a bere qualcosa, dove abbiamo chiacchierato praticamente fino a mezz’ora fa. Lavora come facchino part-time all’albergo, ma di solito segue il negozio di animali che ha aperto suo fratello. Dice che un giorno mi ci porta. Vuole regalarmi un gatto. Siamo a posto. Ho la sensazione che Emmett ci stia provando sai, ma non penso di dargli qualche chance: carino, ma un po’ troppo appiccicoso. Starebbe bene con quella babba di Rosalyn. Io ancora non l’ho sentita...di a quella sciagurata di mia cugina di farsi viva, prima che la dia per dispersa.
Salutami Jess e Mike.
Ti voglio bene.
Bella.”


Invio la mail e vado dritta in camera da letto.
Sono le due e un quarto di notte. Mai fatto così tardi in settimana, quando vivevo a Butte. Sorrido tra me e me, un po’ eccitata, un po’ curiosa per la cena di domani sera. Alice mi ha invitata a casa sua a mangiare. Credo voglia diventare mia amica, o almeno è quello che spero, perché sarebbe una grande cosa conoscere qualcuno a Chicago col suo nome.
Mi sfilo i jeans, gli stivali scamosciati e la camicia nera. Finalmente libera di mettermi in mutande; non capiterà mai che io mi vesta per andare a dormire. Solo l’idea di fa venire caldo. Osservo con aria trionfante le scartoffie lasciatemi di Alice. Certo che la ragazza ne ha di idee. Un po’ confuse, ma ne ha.
Bzz bzz. È il cellulare che vibra. A quest’ora?
Da: Emmett
Testo: Sono stato bene stasera. Grazie per l’uscita. Un bacio
.

Un bacio? Rileggo il messaggio da capo. Un bacio. Mi sento avvampare le guance. Ma nemmeno lo conosco, cosa vuoi che sia un bacio scritto così. Nemmeno ci siamo congedati con un bacio.
Un bacio. Spengo il telefono con il corpo in subbuglio. Emmett mi piace, ma non è il tipo per me, anche se lui sembra non pensare proprio la stessa cosa. Devo smetterla di farmi mille seghe mentali comunque.
Uff. Per una volta potrei anche soltanto divertirmi. Perché no? Sorrido e mi metto a letto. Per una volta penso che mi addormenterò pensando a un uomo che non sia Jake.


Sulle note di Someday, Nickelback




III CAPITOLO


EDWARD


Odio quando mia sorella fa la misteriosa. Questa mattina mi ha lasciato con un pugno di mosche in mano alle mie domande. Sarà pure mio diritto sapere chi viene a cena a casa mia. E sottolineo mia. Ok. Anche un po’ di Alice, ma soprattutto mia, dato che più della metà delle cose qui dentro è mia.
Stamattina ho cercato di carpirle più informazioni possibili, ma Alice si è dimostrata più scaltra di quanto pensassi. Per fortuna Emmett oggi ha detto che mi avrebbe sostituito in negozio, altrimenti penso non avrei fatto altro che pensare alla misteriosa ospite, rischiando di dare da mangiare i semi di girasole ai pesci e il mangime dei pesci a conigli. Tanto quelli mangerebbero di tutto. I pesci intendo.
Io Emmett stamattina non abbiamo parlato molto del suo appuntamento con la Bella dell’albergo, ma devo decidermi a scoprire di più. Insomma, non è normale che una ragazza si possa divertire con Emmett. È uno scimmione.
- L’hai portata a cena in un baracchino di hot dog?-. Quando me l’ha detto non ci potevo credere e ho iniziato a ridere al telefono con un matto. Quella povera ragazza sarà rimasta traumatizzata come minimo.
- Oh, parla il signor-sono-un-romanticone-unico .. -, ha sbottato Emmett. - Ti ricordo, Eddy, che sei stato tu a portare Curly a una partita di baseball al secondo appuntamento .. -. Devo dire che forse non è stata un’idea brillante la partita di baseball, ma lei mi aveva detto che le piacevano i Chicago White Sox, ed era una delle poche cose che avevo in comune con quella bionda ossigenata di Curly..a parte il letto, ovviamente. È stato il periodo più felice per Little Ed.
- Comunque sia scimmione stamattina dovresti occuparti del negozio da solo .. -, ho detto poi a Emmett, senza badare al suo colpo basso. Ho incassato con gran classe. - Devo preparare una cena per Alice, stasera abbiamo ospiti..-, ho borbottato, suscitando la curiosità morbosa di mio fratello.
- E’ una ragazza?-, mi ha chiesto subito dopo. Io, mentre mi stavo infilando i calzini, col telefono incastrato tra la spalla e l’orecchio, penso di aver grugnito più che parlato.
- Cazzo Emmett .. ma non riesci a pensare ad altro?-. Dio, mio fratello ha sempre il testosterone a mille. Sono sempre più convinto che Esme abbia avuto un calo ormonale quando era incinta di Emmett; oppure non l’ha detto a nessuno, ma il suo vero padre è un gorilla della foresta pluviale.
- Tranquillo Eddino, me la cavo benissimo anche da solo .. -, ha cercato di tranquillizzarmi con quella frase, anche se sono ancora convinto che Emmett non abbia ben compreso come trattare i cincillà. Crede che siano criceti un po’ troppo cresciuti.
Ho chiuso la telefonata preoccupato per i cincillà. Ho finito di mettermi i calzini, esclusivamente e categoricamente neri, mi sono messo un paio di pantaloni in tuta, scuri, e una maglietta comoda con il logo dei Nirvana sulla schiena. Ho cercato di fare l’uomo di casa per una volta: ho aperto le finestre, pulito camera mia, e solo per quello mi meriterei un premio, poi ho messo a posto anche il salotto. Ho trovato solo il divano un paio di mutande, ma non erano di mia sorella. Grande, grandissimo cazzo: il pizzo rosa è impossibile non riconoscerlo. Curly.
- Ehm…e voi come siete finite qui sotto..-, mi sono chiesto, dato che non ricordavo affatto di avere avuto alcuna avventura sul divano di casa mia, sapendo poi che ci si sarebbe seduta pure mia sorella. È da escludersi che l’abbia fatto lì. A meno che…la sera che ero ubriaco…
Facendo finta di niente quando Little Ed ha iniziato gonfiarsi nei pantaloni alla vista, e al ricordo, di quelle mutande, con tutto il coraggio possibile che può servire a un uomo per compiere un gesto del genere, le ho buttate nella spazzatura.
“Calma Ed”, mi sono detto. “E tu .. a cuccia, maledizione”. Ma l’alza bandiera mattutino non aveva fatto che acuirsi con quelle stupide mutande rosa. Maledetta Curly, mi perseguita in ogni modo. La cosa più imbarazzante è successa al negozio di animali, quando si è presentata tutta in tiro, con una gonna fin troppo corta.
- Edduccio!-, ha esclamato lei, entrando con un sorriso a ventimila denti. Dio, quella ragazza ha la capacità di sorridere alla Joker, le si allarga tutta la faccia. È impressionante. Io sono rimasto di sasso, con mio fratello dietro al bancone con me che rideva a denti stretti. Bastardo.
- Ehm .. Curly. Ma .. che bella sorpresa .. -, ho detto io, sapendo che se non l’avessi assecondata la serata per Little Ed sarebbe saltata. Quindi ho sorriso e mi sono fatto baciare sulle guance, e oltre tutto mi ha pure impiastricciato con quell’affare, il lucidalabbra. Che schifo.
- Hai visto, Eddino che ti sono venuta a trovare?-, ha squittito lei, strusciandosi su di me in un modo allucinante. Nemmeno una lapdancer ne sarebbe in grado. E io cercavo di rimanere calmo, di non guardare ne il metro di gambe scoperto di Curly, né di badare al fatto che mi stesse sbattendo le tette in faccia. – Stasera sarà una serata indimenticabile .. vedrai .. -. E com’è arrivata poi se n’è andata, ma non dimenticherò mai la faccia di mio fratello. Appena lei se n’è uscita dal negozio, mi ha dato una pacca su una spalla, distruggendomela.
- Oh piantala Emmett .. quella lì non mi interessa. Va bene, ci vado a letto, ma finisce lì .. -, ho detto io, mettendo le mani avanti su qualsiasi possibile commento.
- Sarà, - ha detto lui, - ma ti guardava come se avesse davanti il suo futuro maritino nonché padre dei suoi cinque bambini .. -. Quella sera non mi presentai all’appuntamento da Curly, e da quel momento lei non ha fatto altro che starmi dietro come un’ombra: biglietti, telefonate e mazzi di fiori. Mazzi di fiori? Ma non dovrei essere io a mandare i mazzi di fiori? Bah. Il mondo si sta capovolgendo proprio. Insomma, ho passato la mattinata riassettare la casa, cercando di non pensare al sesso per tutto il tempo. Ho tirato le undici in questo modo. Poi ho portato Carrie a fare una passeggiata, prima che mi distruggesse casa. Scommetto che sarebbe un ottimo cane da slitta, in quanto a tirare è una campiona; ormai penso che mi abbia allungato le braccia almeno di qualche centimetro. Finirò per assomigliare a uno scimpanzé.
Poco dopo mezzogiorno, dopo avere mangiato un sandwich, ho ricevuto una chiamata da Alice.
- Ed, mi raccomando stasera .. fatti carino .. -, mi sono sentito dire al telefono. Io ho risposto stizzito.
- E tu mi hai chiamato per dirmi questo?-. Mia sorella a volte penso che al posto del cervello abbia un grande armadio.
- Perché ti conosco, e so che saresti capace di farti vedere in mutande…-, ha risposto lei acida, e penso anche di aver colto una pernacchia, ma non ne ero sicuro al momento. Mi sono limitato quindi a risponderle con n “si” rassegnato. Molto rassegnato.

Ho speso pure la bellezza di 79 $ e 24 centesimi per la cena di stasera. Sono dovuto uscire, con questo freddo, andare al supermercato e comprare le cose che mancavano in casa, cioè praticamente tutto. Dato che la nostra famiglia ha antiche origini italiane, volevo stupire la nostra ospite del Montana con una bel piatto di pasta all’italiana; per il secondo ho deciso di puntare su un arrosto, però non ho detto ad Alice che l’ho preso in rosticceria già fatto.
Insomma, tra una cosa e l’altra sono tornato a casa alle cinque e mezza. Giusto in tempo per farmi una doccia e radermi la barba che ormai mi stava coprendo tutta la faccia, dopodiché mi sono dovuto mettere ai fornelli per preparare il sugo per la pasta. Cipolle, pancetta, menta e pomodoro.
Credo si chiami amatriciana in Italia. Comunque fosse, mi era venuto anche un gran bene. Quando Alice è tornata in casa ha pure notato il profumo in casa.
- Cucini italiano?-, mi ha chiesto, affacciandosi in un cucina con aria curiosa. Io le ho sorriso, annuendo con aria sghemba. Lei mi ha alzato i pollici ed è andata a cambiarsi. È tornata qualche istante dopo in jeans e camicia.
- Alice, ma tieni la camicia in casa?-, le ho chiesto io. Mia sorella non conosce la parola “casual” nel suo abbigliamento. Riesce ad essere elegante anche in casa. Lei mi ha guardato con aria offesa, mentre iniziava ad apparecchiare.
- Tzè, guarda che questa camicia mi è costata quasi cento dollari. Avrò pure il diritto di metterla quando mi pare .. -, e poi se n’è andata in sala, con coltelli e forchette.
Che carattere.
- Quando arriva questa tizia?-, ho chiesto io, guardando l’orologio che segnava le sette meno un quarto. Una voce dalla sala mia ha risposto “alle sette”. Cazzo. E io nemmeno mi ero cambiato, anche se non me importava molto, ma sapevo che altrimenti avrei scatenato l’ira di mia sorella. Così mi sono messo dei jeans decenti, che non fossero strappati o bucati, e una polo nera. E dato che Alice non ha avuto niente da replicare, suppongo andasse bene così.
Alle sette e qualche minuto, ha suonato il campanello di casa.
“Puntuale la ragazza .. ”, ho pensato io uscendo da camera mia.
- Ciao cara! Accomodati!-, ho sentito dire ad Alice, mentre un rumore di tacchi annunciava l’arrivo dell’ospite.
- Ciao Alice, grazie per l’invito.. -, ha risposto una voce che per un momento mi pareva di conoscere già. Mi sono fatto poi coraggio e sono entrato in sala, dopo aver contato fino a cinque e aver fatto un respiro bello profondo.
Arrivato in sala, mi si è bloccato il cervello. Giuro. Non solo quella ragazza era una gran bella ragazza: indossava dei jeans replay attillati più del dovuto, tacchi altissimi e un golfino di un rosa antico, morbido sulle curve, appunto ben messe in mostra. Teneva il cappotto grigio in mano, i capelli sciolti sulle spalle, e aveva due occhi cioccolatosi. Bellissimi. Non solo era bella da mozzare il fiato, ma era anche la ragazza che avevo urtato la mattina prima e con cui mi ero comportato come un rozzo bifolco. Cazzo. Merda. Lei mi ha guardato e suppongo mi abbia anche riconosciuto, perché quando mia sorella ci ha presentati, la sua stretta di mano è stata fin troppo energica.

ISABELLA

- Piacere, Edward .. -, mi ha detto stringendomi la mano, con un sorriso che lasciava fin troppo vedere il suo imbarazzo. Ecco lo stronzo del giorno prima. Se lo avessi saputo mi sarei portata una mazza da baseball per colpirlo meglio. Io gli ho sorriso stizzita, stringendo la sua di mano come se stessi stringendo una pallina anti stress. Stronzo.
- Piacere, Bella -, e detto ciò mi sono limitata a guardarmi intorno. Che casa accidenti. Gigantesca e di lusso. Comunque, ho cercato di non mostrarmi troppo sorpresa, anche se mi sentivo un po’ a disagio, e non so se la cosa potesse dipendere dalla presenza di Edward. Sarà stronzo, ma è veramente carino. Quei capelli rossi e disordinati mi fanno pensare a tante piccole fiammelle danzanti.
Quando Alice mi chiede se voglio qualcosa da bere, io annuisco.
- Si, grazie .. -. Avevo la gola secca e il batticuore. Per colpa “sua. Si. Perché mi sentivo i suoi occhi addosso, maledizione. E in qualche modo sapevo che la cosa mi faceva pure piacere. Quegli occhi su di me non mi rendevano molto lucida. Anche se mi ero appena giurata che non gli sarei mai stata amica, nonostante fosse il fratello di Alice, in quel momento pensai che se mi avesse anche solo sfiorata gli sarei saltata addosso, a discapito della mia credibilità. Mentre Alice era sparita a prendere del vino e io mi ero affacciata alla finestra a guardare la strada sottostante, Edward mi si era affiancato. Schiaritasi la voce, ha iniziato a borbottare qualcosa.
- Ehm..Bella giusto?-, mi ha detto, guardandomi come un pesce lesso. Io ho ricambiato lo sguardo con una bella dosa di perplessità. È bello come il sole ed è pure timido?
- Sì, Bella, come Isabella. Ma solo Bella perché Isabella è troppo lungo .. -. Ma che diavolo stavo dicendo? Zitta, cazzo. Invece stavo diventando logorroica. Come ogni volta che sono agitata. Lui mi ha sorriso, forse un po’ più sicuro di sé, dopo quella mia uscita. Mi ha guardata un po’ in silenzio, mettendomi in forte imbarazzo, e io cercavo di fare finta di niente guardando fuori. Che situazione. Merda.
- Bel nome .. -, ha continuato, costringendomi a sorridere. - Ho saputo che vieni dal Montana..come ti trovi a Chicago?-, mi ha chiesto. Si stava interessando di me? Io l’ho guardato in silenzio. Poi è arrivata Alice con i bicchieri di vino. Grazie Alice. Lei ci ha guardati entrambi, aspettando che rispondessi.
- Ehm .. mi trovo bene dai. Un po’ grande per me, abituata a Butte. Ma è bella, e la gente mi pare simpatica. Non mi lamento..-. Mi è sembrata la risposta più ovvia da dare, in quel momento. A parte gli stronzi che ti urtano sui marciapiedi è tutto meraviglioso. -Inoltre alloggio al Tremont..la zona è adorabile…-, aggiungo. Gli ho detto dove abito. Al momento non me ne rendo subito conto, ma Edward fa una faccia stranissima, come se avesse visto un fantasma. Alice per fortuna è intervenuto per spezzare quel momento di silenzio.
- Ehm..bene! La pasta è quasi pronta! Ed, pensaci tu..-. Come sempre, grazie Alice. Le faccio un sorriso a trentadue denti e cerco di rilassarmi. Senza Edward in giro potevo essere tranquillamente me stessa.
- Hai una casa splendida..-. Più mi guardavo intorno e più quella casa mi pareva stupenda: sulle pareti c’erano almeno sei o sette quadri, tutti in arte pop, tranne uno, che stava a fianco della libreria e rappresentava un paesaggio invernale.
- Grazie..sai, l’abbiamo arredata tutta io e Ed..-, e mentre ci stavamo sedendo a tavola continuava a parlarmi della casa. Di come avessero scelto insieme il divano, dell’odissea della cucina, che Edward voleva assolutamente che fosse ad angolo, e di come lui avesse comunque cercato di assecondarla sempre. - Edward è un fratello fantastico ..-. Io le ho sorriso a quella frase, limitandomi a bere un sorso di vino.
- E’ pronto! -, ha esclamato a un certo punto Edward, uscendo dalla cucina con in braccio una ciotolona piena di pasta. Da quel momento in poi la cena fu piacevolissima. Parlammo praticamente di tutto, da come vivevo io nel Montana alle loro serata di beneficienza organizzate dal Tribune a cui la famiglia Cullen non poteva mai mancare.
- Sai, anche se in teoria dovrei parteciparvi solo io, se non ci fossero i miei fratelli mi annoierei a morte..almeno con loro posso parlare di qualcosa che non siano fondi e investimenti..-, ha detto a un certo punto Alice. Cosa che ha destato la mia curiosità, ma se me ne fossi stata zitta sarebbe stato meglio.
- Ah, hai più di un fratello?-, ho chiesto io, guardando prima Edward e poi Alice. Lui ha sorriso, e dopo essersi pulito la bocca, ha parlato al posto di Alice.
- Sì, abbiamo una sorella, Rose e un altro fratello, Emmett..-. Emmett? In quel momento mi sono congelata. È vero che io ed Emmett non abbiamo una storia vera e propria, però ci sto pur sempre uscendo, e prima che mi recassi a casa di Alice mi ha lasciata davanti alla porta una scatola piena di cioccolatini assortiti. Penso di essere arrossita in quel momento come un peperone.
- Emmett hai detto?-, ho chiesto. Dovevo esserne sicura. Ho guardato Edward negli occhi, e ho avuto la sensazione che già conoscesse qualcosa di me e lui. Merda. - Ehm, e che lavoro fanno?-, ho detto facendo la gnorri il più possibile. Alice non credo abbia colto la mia insicurezza.
- Rose fa la modella a tempo pieno, ora è a Milano credo..giusto Ali?-. E fuori uno, ho pensato io, mentre Alice annuiva energicamente alle parole di Edward. - Mentre Emmett lavora al mio negozio di animali .. e ogni tanto lavora al Tremont come facchino..-. Cazzo. Ma perché doveva proprio dirlo? Non poteva stare zitto? Merda merda merda.
- Già, è vero Bella..-, interviene poi Alice, guardandomi con la forchetta sospesa a mezz’aria, a metà strada tra la bocca e il piatto. - Dovresti averlo visto .. alto, spalle larghe..moro..-. Sì. Era Emmett. Il mio Emmett, purtroppo. Io ho negato tutto ovviamente. Non potevo ammettere che uscivo col fratello di Edward. Maledizione. Sicuramente gliene aveva già parlato, perché Edward mi guardava in modo strano, e non riuscivo a capire se mi sentivo a disagio o meno. Il suo sguardo mi confondeva: quel colore verde, così intenso, pareva scrutarmi l’anima e per un lungo istante mi ero imbambolata a fissarlo. Che figura di merda.
La serata per fortuna poi ha preso un’altra piega; ci siamo seduti sul divano a chiacchierare tutti e tre del più e del meno, e ho scoperto che Edward, lo stronzo, ha un debole per gli animali e che appunto gestisce un negozio tutto suo. Ho ripensato alle parole di Emmett.
“Un giorno passiamo da mio fratello e ti regalo un cane..”.
Povera me. Comunque fosse Edward non era malissimo; ce l’avevo ancora con lui per come si era comportato quel giorno sul marciapiede, ma quando dimenticandomi per un momento dell’accaduto siamo riusciti a parlare come fossimo amici da sempre. E la cosa mi è piaciuta tanto.
Ma il bello è venuto dopo. Erano le undici e mezzo, e consapevole che il mattino dopo sarei dovuta andare a lavoro mi sono congedata.
- E’ stata una serata splendida Alice..-, ho detto, mettendomi il cappotto. L’unica cosa che mi rompeva era che essendo senza auto sarei dovuta tornare a casa a piedi, o con i mezzi, e a quell’ora non è che la cosa mi entusiasmasse. Alice mi ha salutato con un bacio, ma prima che uscissi di casa appunto mi ha bloccata, gridandomi dietro appunto la cosa che non doveva chiedere.
- Ma come torni a casa?-. Io mi sono girata sorridendo, spiegando che ero appiedata, dato che mio padre, Charlie, preoccupato che potessi avere incidenti lungo la strada per Chicago, mi aveva fatta scendere in aereo.
- Non se ne parla! -, ha gridato di colpo Alice, facendomi trasalire. - Ed, prendi le chiavi dell’auto! Accompagni Bella a casa..-, ha detto perentoria, proprio di chi non è abituata a farsi contraddire.
- Ma..Ali..-, ha provato a ribattere Edward. Ma uno sguardo fulminante di Alice lo ha messo subito a tacere.
Così mi sono ritrovata in macchina con Edward, nella sua Volvo grigia fiammante. Avevo il cuore che batteva come impazzito. C’era un silenzio imbarazzante, rotto solo dalla musica.

“Someday, somehow
I'm gonna make it alright But not right now
I know you're wondering when
You're the only one who knows that ..”


A un certo punto non so cosa sia successo. Ci siamo fermati, perché eravamo arrivati sotto il Tremont. Lui ha spento il motore e io l’ho guardato per un po’. Il suo profilo mi ricordava una di quelle statue greche che h visto sui libri di arte quando ero al liceo. La luce dei lampioni lo illuminavano appena, ma mi pareva comunque bellissimo. Sì, bellissimo. In quel momento mi sono sentita avvampare e mi sono voltata, pronta ad aprire la portiera. Poi a un certo punto, mentre stavo per dire “Grazie”, lui mi ha presa per il braccio sinistro, trattenendomi in auto.


EDWARD


No so perché l’ho fatto.
So solo che non volevo che scendesse dalla macchina. La presenza di Bella si era rivelata più piacevole del previsto, e quando l’ho vista che stava per andare via non so cosa mi è preso, ma l’ho fermata prima che fosse troppo tardi. L’ho afferrata per un braccio, e quando lei si è voltata mi si è aggrovigliato lo stomaco. Era bella. Come il suo nome. E poi, il suo profumo.. cos’era? Vaniglia credo. Qualunque cose fosse mi aveva inebriato. Mi sentivo bene, mi sentivo a mille, e Little Ed mi dava ragione. Cercando di nascondere il più possibile l’imbarazzo di quella piccola tenda canadese nei miei pantaloni, le ho sorriso.
- Ehm, scusa per ieri..-, ho detto poi, attendendo una sua reazione. Lei ha sorriso, scuotendo il capo.
- Non importa Ed..capita a volte di essere girati male. Non fa niente, davvero. Buona notte..-. Avevo l’impressione che volesse andare via a tutti costi. Così ho continuato a parlare.
- Ehm, Bella! Io..-. Cosa potevo dirle? Cosa?! - Sono stato bene con te stasera. Intendo, che mi ha fatto piacere averti a cena con Alice. Davvero molto..piacere. -. Cazzo.
Lei mi ha guardato perplessa. Probabilmente avevo esagerato, ma ora che mi guardava con gli occhi grandi, da cerbiatta, mi sentivo completamente rincoglionito. Le osservai il viso, il sorriso che nasceva piano sulle labbra.
- Ed, grazie. Sono stata bene anche io..-, ha detto lei, liberandosi intanto della mia presa. Non le avevo ancora lasciato il braccio. - Buona notte, Ed. Ci sentiamo presto, ok?-, e poi l’ha fatto. Mi ha dato un bacio sulla guancia. Un bacio. Sulla guancia. A me.
Little Ed a quel bacio è impazzito. Io l’ho guardata scendere ed entrare nel Tremont, convinto che le mie gambe non avrebbero retto lo sforzo di guidare. Sono rimasto in macchina almeno dieci minuti, toccandomi come un idiota la guancia su cui lei aveva posato le sue labbra.
Le sue labbra.
Dio. Oddio. Potrei non controllarmi più. Ho dovuto sparare la musica a palla in macchina per riprendermi da quel torpore. Bella si era rivelata non solo carina, ma anche simpatica e intelligente, una persona con cui era facile parlare perché potevi essere certo che avrebbe ascoltato ogni tua parola con attenzione. Non so perché mi fossero venuti tutti quei pensieri su di lei, o perché ci pensassi tanto. Usciva con Emmett, con mio fratello.
Cazzo.
Messa in moto l’auto non sono andato subito a casa. Ho fatto un giro per la città, per chiarirmi le idee, ma più giravo e più pensavo a Bella.
“Ci sentiamo presto”, ha detto. Che vuol dire? Che mi chiama? Che vuole uscire con me? Diavolo, le donne. Più le conosco e meno le capisco. Non poteva solo dire qualcosa di semplice, come “ Ti chiamo”. Almeno avrei saputo le sue intenzioni. Invece così penso che bollirò nel dubbio per almeno una settimana. Merda
Non posso essermi innamorato di una ragazza che conosco appena.
È impossibile.
E Little Ed non deve avere voce in capitolo in questa cosa. Stavolta no. Penso che mi toccherà comprare dei jeans molto, molto larghi.
 
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